YOKO ONO

UBI FLUXUS IBI MOTUS

 

Volume sei: YOKO ONO

 

Proprio lei, la vedova di John Lennon, la giapponese che il mondo conosce come moglie del leggendario “beatle man”, è un’artista d’avanguardia “a cui fumano per davvero”. Rigore maschile e sensibilità femminile, abbigliamento (quasi sempre) nero, sguardo solido e corpo leggero, così brava e intuitiva da diventare protagonista assidua degli eventi Fluxus. Nata nel 1933 a Tokyo, Yoko Ono ha sviluppato un’arte di scuola dadaista, indagando la relazione tra Arte e Vita, le derive surreali attorno a noi, i processi casuali che governano il quotidiano. Per l’artista il corpo è da sempre un luogo di conoscenza, territorio ibrido in cui circolano energie molteplici da captare e rielaborare in forma di sculture, video o performance. Le cose più semplici diventano, dagli anni Sessanta, i reperti significativi di una vita biologica che si porta dietro il suo lato assurdo di stampo beckettiano.

 

Una mela morsicata realizzata in bronzo, poggiata su un piedistallo, definisce molto della sua poetica: ironia sottile, gioco con le cose banali, stranezza e mistero attorno a forme in apparenza ovvie. La performance più famosa rimane “Cut Piece” (proposta per la prima volta nel 1964), capolavoro di pathos teatrale in cui il pubblico, usando un paio di forbici, poteva tagliarle i vestiti che indossava seduta su un palco. Risale invece al 2010 la controversa performance dal titolo “Voice piece for soprano wish tree”, avvenuta al MoMa di New York. Tre minuti di orgasmo simulato, un amplesso per voce sola che ha destabilizzato alcuni presenti e i detrattori che ancora le imputano di aver distrutto il più famoso quartetto della storia musicale. Si trattava di una struggente e surreale poesia degli istinti, un omaggio amorevole a Lennon ma anche la conferma di certi slittamenti creativi, così poco incasellabili ma così dentro la sostenibile eccentricità dell’essere.

 

Non dimentichiamo la parallela carriera musicale, ricca di sperimentazioni e cadute, collaborazioni eccellenti e produzioni altalenanti. Tanti anche gli artisti fluxus con cui la Ono ha creato sinergie tra sonoro e visivo. E non mancano ulteriori gesti assurdi, in particolare la partecipazione alla sit-com statunitense “Innamorati Pazzi”. Per chi capta il lato b delle cose ovvie, facile riconoscere l’ennesima performance di una visionaria che mastica bene le fondamenta del pop.

 

Una frase credo raccolga il senso (serietà e complessità concettuale) e la carriera (un continuo gioco tra colto e popolare) della Ono: “La più famosa artista sconosciuta: tutti conoscono il suo nome ma nessuno sa cosa fa”. Un ultimo fatto, altrettanto importante da ricordare: Lennon la conobbe nel 1966 in una galleria d’arte, quando il musicista si presentò alla Indica Gallery di Londra per vedere una mostra della sua futura compagna. Il più famoso personaggio pop del mondo che visitava la mostra di un’artista raffinata, complessa e concettuale: potrebbe accadere oggi la stessa cosa? Al gossip degli eventi espositivi l’ardua risposta.