UNTOLD. L’INTERVISTA

Solo in apparenza Jack Dunning Untold è uno dei “nomi caldi della scena” per quanto riguarda la musica incentrata sulle frequenze basse (dubstep e i suoi fratelli, insomma): in realtà è sì assolutamente un nome “caldo”, negli ultimi due anni la sua ascesa è stata infatti drastica ed esponenziale, ma la sua storia arriva da lontano. Lo si capisce molto facilmente dallo spessore delle sue parole: l’intervista che potete leggere qui sotto disegna uno dei ritratti più lucidi sulla scena della bass music odierna, qualunque cosa essa sia (e possa diventare). Del resto parliamo di colui che è, per certi versi, lo scopritore di James Blake. Non proprio il peggior talent scout della terra, ecco, e tra l’altro è da tener ben presente l’atteggiamento che ha tenuto con Blake da un certo momento in poi, leggete bene le sue parole. Al di là di questo, Jack  è un dj magistrale. Uno di quei casi, che a noi di Dissonanze piacciono davvero tanto, in cui pare vigere la regola aurea del “per suonare bene, devi pensare bene”.

 

Fondamentalmente, siamo arrivati ad un punto il cui termine “dubstep” è qualcosa che va riferito a qualcosa che è “già accaduto”? Proprio tu sei un esempio perfetto di come gli artisti in qualche modo riconducibili a quella scena oggi sempre più vadano ad incorporare diversi generi (techno, house), dando vita a qualcosa di nuovo.

Credo che siamo arrivati ad un nuovo capitolo, per quanto riguarda la storia della dubstep. La sua popolarità è innegabile, ma devo dire che col tempo essa è diventata meno innovativa e molto più, come dire?, “funzionale”… Io sono in effetti un producer che esplora diversi territori stilistici, e lo faccio con la stessa curiosità – questo il vero punto – che mi muoveva nei tempi pionieristici della dubstep. Come me siamo sempre di più, non sono certo un’eccezione.

 

La drum’n'bass, al contrario, è rimasta apparentemente ben salda alle sue radici e alle sue regole (…troppo salda?): considerando che per molti versi dubstep e drum’n'bass sono strettamente imparentate, questa radicale differenza nella reciproca evoluzione negli anni è interessante. Secondo te a cosa è dovuta? E: credi che nel futuro ci sarà una progressiva divisione fra chi vuole restare ancorato ad un suono originario (o diciamo “hardcore”) della dubstep e chi invece vuole percorrere sempre più nuova contaminazioni, arrivando così a dare vita ad una specifica scena post-dubstep?

 

Lo sviluppo della dubstep per quanto riguarda l’evoluzione è stato dieci volte più veloce di quello della drum’n'bass, e la causa di questo secondo me va cercata nel fatto che oggi da un lato i software sono molti di più e ti danno molte più possibilità creative, dall’altro internet permette di far circolare musiche e idee molto più velocemente rispetto a quanto succedeva qualche anno fa. Io credo che la dubstep “canonica” resterà in giro ancora per un bel pezzo, visto il successo che è riuscita a ritagliarsi, usarla oggi come piattaforma sonora è decisamente un affare; ma la divisione di cui parli penso sia già avvenuta, con molte “dubstep heads” che si sono assai annoiate di misurarsi sempre coi soliti suoni e le solite soluzioni, lanciandosi quindi verso sperimentazioni stilistiche varie. Però per quanto riguarda la formazione di una specifica scena post-dubstep, mah, ho qualche dubbio: la scena dubstep originaria è nata quando c’era grande coesione di stili e di influenze e tutto era in qualche modo più compartimentato; chi arriva adesso deve invece nuotare in un mondo dove suoni e riferimenti culturali sono decisamente frammentati e moltiplicati in mille rivoli. Oggi è più difficile dare vita ad una scena ben specifica.

 

Qual è la tua opinione sui set che mettono in campo sia la componente audio che quella video? Ti piacerebbe costruirne uno specifico, o trovi che una presenza troppo invasiva della componente visuale tolga alla musica il posto privilegiato che le spetterebbe?

 

Se la parte visuale è fatta bene, allora è splendido che ci sia anche lei. Ed in effetti sì, sto pensando di produrre dei visuals appositi per i miei live nel 2012. Sai, per come la vedo io la chiave è trovare la giusta coesione in cui la musica è in relazione vera con le immagini, e viceversa. Quando musica e immagini si completano a vicenda il punto focale della percezione diventa un’esperienza veramente forte, per il pubblico. Però è anche vero che spesso i video sono usati molto male, e al loro posto sarebbe preferibile avere semplicemente un buon impianto luci. Faccio un esempio: se il performer ha un forte presenza scenica, aggiungersi un impianto visuale particolarmente immersivo diventa sprecato e controproducente.

 

Come prepari – sempre che tu lo faccia – un tuo dj set prima di salire in consolle?

 

Guardo con attenzione la sala, cercando di capire qual è l’atmosfera, se la folla è piena di energia, o persa, o pacificamente sorridente, o altro ancora, e di conseguenza scelgo la prima traccia con cui iniziare.

 

Ma l’influenza del comportamento e dell’attitudine del pubblico si estende anche al resto della tua scaletta?

 

Ci sono alcune tracce che suono sempre e comunque. Poi, prima che inizi la serata do un occhio all’ora in cui è programmato il set e quali altri artisti ci sono in programma, e da questo pre-seleziono un’altra ventina di tracce. Tutto il resto, nasce in tempo reale e si fa appunto guidare dalla mia lettura di quello che è il pubblico di fronte a me, e dalle sue reazioni. Il problema è il solito: si tratta di trovare il giusto equilibrio fra cose nuove che vuoi proporre e tracce che invece sai che fanno infiammare la gente… perché la gente quasi sempre si fa infiammare essenzialmente da cose che conosce già.

 

A te va il merito di aver scoperto James Blake per davvero, ben prima che arrivasse una major a metterci le mani (e i riflettori) sopra. Quando lo hai messo sotto contratto, percepivi già che avesse il potenziale per sfondare addirittura nel mainstream?

 

Sapevamo tutti che fosse un ragazzo di incredibile talento, questo sì, ma quando lo abbiamo messo sotto contratto per “Air And Lack Thereof” non sapevamo sapesse pure cantare. Dalla primissima volta che c’ha fatto sentire la sua cover di “Limit To Your Love” e altre parti finite poi nell’album, con quindi anche la sua voce di mezzo, non ho avuto il minimo dubbio che la sua popolarità sarebbe esplosa ben oltre i confini della nicchia. Così non avevo il minimo dubbio che quelle tracce non andassero bene per la Hemlock, la nostra label, ci però siamo assicurati di farlo finire nelle mani di un buon manager, che lo guidasse nel modo giusto verso altri territori.

 

Ok. Ma nel suo caso, e anche in generale, che un artista che esce da una scena indipendente finisca con l’avere uno sbocco nel mainstream è una cosa auspicabile, una pura casualità o qualcosa di potenzialmente pericoloso?

 

Se resta libero di scrivere musica di cui lui per primo può andare orgoglioso e non deve subire nessun compromesso, non vendo alcun problema nel vivere un successo mainstream emergendo dall’underground. E, nello specifico, va dato atto a James di aver fortemente voluto continuare la collaborazione con le prime realtà che gli hanno dato spazio anche dopo il suo grande successo su major.

 

Chi secondo te offre oggi le idee e le sfide musicali più stimolanti nel campo della musica elettronica?

 

Dire la scena juke/footwork di Chicago. Il loro materiale è in costante evoluzione e la cosa divertente è che più questa evoluzione diventa estrema e bizzarra più incontra apprezzamento in giro. Se uno vuole familiarizzare con questo suono, “Bangs And Works vol. 2” uscito per la Planet Mu è un’ottima introduzione.

 

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