UBI FLUXUS IBI MOTUS

Volume 2: Giuseppe Chiari

 

Il fiorentino Giuseppe Chiari (1926-2007) ha compreso le regole concettuali che collegano il suono sperimentale al linguaggio visivo, portando la dodecafonia e la composizione antimelodica ad uno stato di grazia, sia teorica che estetica. La sua ricerca musicale inizia a crescere nel 1950 con progetti come “Studi sulla singola frequenza” e “Intervalli”.

I principali riferimenti restano John Cage e Sylvano Bussotti, mentre il principale compagno creativo dell’epoca si chiama Pietro Grossi (antesignano della computer music, tra i primissimi, negli anni Sessanta, ad usare il calcolatore elettronico in ambito musicale). Le composizioni giovanili di Chiari sono congegni matematici e seriali, una sfida estrema che ricorda la potenza cerebrale di Cage. Negli anni Sessanta si dedica al legame tra suono ed elementi grafici, confermando la rilevanza del lettering futurista sulle nuove avanguardie di metà Novecento. Nel 1962 si avvicina al gruppo Fluxus, in particolare si fa notare per “Gesti sul piano” dove il movimento gestuale determina suoni in cui la singola nota ha una percepibile autonomia espressiva.

Dal 1964 eccolo trasformarsi in un performer che interpreta le proprie opere, mentre dal 1968 inizia a produrre i suoi categorici statement. Il più famoso, sicuramente il più catartico e liberatorio dice così: ART IS EASY. Negli anni Settanta predilige concerti, performance e conferenze, evitando la composizione a favore dell’azione in prima persona, rinforzando la componente ideologica che tanto peso ha avuto sugli artisti concettuali di questa generazione. Interessanti anche i due decenni successivi con la creazione di elaborati collages che mescolano gli statement e la pittura con spartiti, adesivi, fogli di giornali ma anche con vere chitarre e veri violini. La conferma finale di una ponderata mescolanza tra arte e vita, in perfetta sintonia con le volontà liberatorie targate Fluxus.