SIMON REYNOLDS

Per i lettori di Dissonanze, evento immancabile stasera al Circolo degli Artisti a Roma, Simon Reynolds (Londra, 1963), uno dei più autorevoli critici musicali contemporanei, presenterà a partire dalle 21.30, l’edizione Italiana del suo ultimo lavoro: Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato, appena uscito per i tipi di ISBN. Come recita la quarta di copertina:

 

“Un tempo il pop ribolliva di energia vitale: la psichedelia degli anni sessanta, il post-punk dei settanta, l’hip hop degli ottanta, il rave dei novanta. I duemila sembrano invece irrimediabilmente malati di passato.”

 

In un certo senso, Retromania è un po’ l’Essere e Tempo della critica musicale, e già si candida a diventare confronto ineludibile per ogni futura analisi dei fenomeni contemporanei legati alla musica ma non solo. A mio avviso, con il capolavoro di Martin Heidegger del 1927, il saggio di Reynolds condivide persino i temi di fondo legati alla struttura della temporalità, e forse non è un caso che la suddivisione generale del testo sia ripartita in tre grandi capitoli: Oggi; Ieri; Domani.

 

In sostanza, Reynolds sostiene che la musica – ma il discorso è estendibile a tutte le arti – ha ormai smesso di evolversi e che soffra di una sorta di “nostalgia del futuro” ovvero un ridotta capacità, persino un disinteresse, nell’immaginare l’avvenire. Ma se la forza del futuro sta proprio nel suo retroagire sul presente come motivazione all’azione in vista di un realizzazione proiettata, il suo illanguidirsi ci costringe a sostituire alla genuina passione per il nuovo, una ossessione compulsiva per tutto ciò che è “retro”, che prevede il culto e il recupero costante del passato, rischiando di trasformare qualsiasi possibilità di “avanguardia” in “retroguardia”. Secondo il critico inglese, nella decade che ci siamo lasciati alle spalle, la cultura pop ha raggiunto una fase di plateau ovvero quel fenomeno che l’antropologo Steve Barnett definisce come “pattern exhaustion”:  l’esaurimento sistematico  di un modello. In altre parole, è come se avesse raggiunto il limite assoluto delle proprie potenzialità, e sarà ricordata più per le innovazioni tecnologiche che l’hanno attraversata che dalle presunte rivoluzioni avvenute all’interno dei proprio codici.

 

Tesi che rievocano da vicino le visioni apocalittiche di Francis Fukuyama, teorico della La fine della storia e l’ultimo uomo (Rizzoli, 1992) cui Reynolds si è dichiaratamente ispirato, laddove il politolgo statunitense “immagina secoli e secoli di noia gettare la loro ombra sul nostro futuro: un’era post-ideologica di compiaciuto consumismo. [Fukuyama] pensa che finiremo con il re-inventarci scismi ideologici giusto per rendere la nostra vita più interessante, usandoli come un defibrillatore per fare ripartire il cuore della Storia.” (brano tratto da una bella intervista al critico inglese realizzata da Sentireascoltare e che potete leggere qui)

 

Insomma, Retromania non è semplicemente una penetrante riflessione sul rapporto tra la pop culture nel suo complesso e le culture digitali, ma una dissertazione a trecentosessanta gradi che evoca, tra i tanti, McLuhan, Gibson, Derrida, Deleuze, Adorno, Marinetti. “Un pamphlet” – come scrive Matteo Bittanti in una approfondita analisi del testo apparsa su Wired – “a tratti un vero e proprio manifesto, dove lancia critiche penetranti alla cultura digitale, critiche che, in molti casi, trascendono l’ambito puramente musicale, e solleva questioni importanti sulle implicazioni dei new media e sugli effetti sociali e culturali di internet.”

 

Simon Reynolds collabora, tra gli altri, con New York Times, The Guardian, Rolling Stone, The Wire. Oltre al monumentale Post-punk 1978-1984, è anche autore di Hip-hop-rock, Totally Wired, e altri lavori incentrati sulla scena culturale e musicale degli ultimi trent’anni.


 

Tommaso Fagioli