SEB PATANE

Le sue opere vivono grazie allo stato di eccitazione che si prova quando si pensa di poter tagliare le palle al sistema di controllo capitalista. Aleister Crowley, che Patane ha studiato, spingeva i suoi seguaci a cimentarsi in delle orgie in Sicilia, per l’appunto la terra natale dell’artista Londinese. Dalla morte dello stregone ad oggi però Jaques Lacan ha teorizzato che la ripetizione dei continui brevi attimi di dolore/godimento causati dalla ricerca del piacere è la prova della pulsione di morte Freudiana.

Seb Patane espone il fatto che i momenti di ribellione sociale contro il potere vengono a singhiozzi, e spesso sono ignorati. Gli arrangiamenti dei suoni nelle opere di Patane secondo Rob Young (editor-at-large di The Wire) sono “balbettanti, indecisi con momenti di stasi”. Proprio come l’assiduità e presenza di movimenti politici fra cui Lotta Continua, la formazione extraparlamentare a cui Patane ha fatto riferimento in un paio di lavori e che, a detta di Rob Young, “fa parte di un ceppo di hauntology peculiarmente Italiano/Mediterraneo”.

 

Non ci resta che fare un paio di domande a Seb per meglio scoprire il suo rapporto con la musica e la politica radicale.

 

Chi è una tua icona politica?

In realtà non ho icone di nessun tipo, diciamo che mi interessano le persone che operano in ambienti e contesti limitati, ai margini, e che conducono piccole lotte. Ti faccio come esempio il mio eterno amico Salvo Pennisi, detto Il Picchio: da quando lo conosco si e’ sempre (s)battuto per promuovere un minimo di coscienza politica e sociale attorno a se, nel paese da dove entrambi proveniamo, spesso incontrando apatia e ottusità, ma lui continua imperterrito e per questo lo ammiro.

 

Il cantante di protesta Pete Seeger sognava che la gente tornasse a vivere in dei  piccoli villaggi dove le persone si aiutano a vicenda. Ti senti più Pete Seeger o J.G. Ballard?

Mah…se proprio dobbiamo proprio fare nomi io direi piuttosto Erwin Piscator ( il regista teatrale marxista noto per il “teatro epico” ndr). Mi affascina la sua idea di teatro politico: sul palco si risolve una ‘questione’; tutto accade in un periodo temporale definito e in una situazione sociale ben delineata. Questo concetto di teatro m’interessa anche perché offre agli spettatori lo spettacolo di un possibile fallimento.

 

Credi che anche il glam rock degli anni ’70 contenga una sua ideologia, sebbene non dichiarata quanto nel folk-revival dei primi anni ’60?

Beh, io sono molto sospettoso del glam rock, a dire la verità. Ci vedo dentro un mal celato sessismo (a volte inverso). Quando ero al college scrissi una dissertazione su come la musica dei Roxy Music potesse funzionare come colonna sonora per i film slasher. C’e’ una persecuzione sessuale simile… una specie di misoginia contorta.

 

Chi sono i musicisti che ti hanno colpito durante l’adolescenza. Credi che la loro arte abbia tuttoggi un ascendente su di te?

In paese, quando ero un ragazzino, le persone che frequentavo si dividevano tra fricchettoni, che ascoltavano i Led Zeppelin e i Doors, e i punk e psychobilly, che ascoltavano roba come i Ramones o al i massimo Bauhaus. Io avevo bisogno di una forma di musica mia, diversa, perché tutto sommato tutto quello che era considerato “punk” mi puzzava di conformismo sonoro e di troppa eterosessualità. Quando ascoltai i DAF per la prima volta, ebbi un’illuminazione. La loro musica era minimale, sensuale, violenta, ambigua, interamente sintetizzata e per me rappresentava il vero punk. Questo loro approccio ha continuato a ispirarmi in un certo senso nelle mie successive scelte musicali e anche non. Detto questo gli ho visti dal vivo qualche anno fa e la loro potenza, col tempo, si è piuttosto diluita.

 

Qual’è il primo momento in cui hai visto la collisione/unione fra l’arte contemporanea istituzionale e la musica popolare?

Non so se è l’esempio giusto, forse ti sembrerà strano ma credo quando vedetti i Pankow dal vivo nel 1986 in una discoteca di Catania. La gente non poteva credere a questi due che si dimenavano con solo basi ed una drum machine. I loro corpi erano macchiati da strisce nere, facevano letteralmente schifo a tutti mentre io ero in fibrillazione e totalmente ispirato. Di nuovo, era il confrontare l’idea della musica o della performance cosiddetta ‘vera’ che mi eccitava. Loro proponevano beats piu’ o meno ballabili all’interno di un’istituzione di stampo ‘alternativo’ dove in realtà quello che la gente voleva sentire erano le solite chitarre dei gruppi post-punk di stampo classico, e per questo crearono un clash, un contrasto eccitante.

 

Chi è un musicista conteporaneo che vuoi raccomandare a Dissonanze?

Mi piace molto Gazelle Twin; e’ una ragazza di Brighton, ci siamo conosciuti tramite myspace (!), fa un’elettronica attenta e dai dettagli secondo me azzeccati, coadiuvata da una visualita’ molto specifica, il suo bellissimo primo album esce a breve e mi ha chiesto di farle da supporto a Settembre col mio progetto musicale Frontier, Frontier! che ho con Giancarlo Trimarchi.

 

Questa e’ la sua cover di I Wonder You di Prince.

 

In un’intervista a Flash Art hai parlato del “anti-ritratto” (anti-portrait), che cos’è?

Era un commento nato nel momento…un po’ una reazione all’idea del ritratto, della fotografia onnipresente e imperante dei tempi odierni, dell’auto-documentarsi in continuazione, e del bisogno di condividere, da facebook ai tabloids. Devo dire che ho un po’ cambiato idea perché ormai tutti indossano maschere o si coprono il viso con vari stratagemmi…ovviamente anche io sono vittima di questi meccanismi, ma forse ne sono un po’ stanco anche perche’ non vorrei che questo mascherare da teatro si trasformi in una specie di omertà, quindi credo stia arrivando il momento di mostrarla di nuovo sta faccia.

 

Credits:

‘A Series of Graceful Juggling Tricks’ (part II), courtesy Maureen Paley, London and Fonti, Naples.

‘Year of The Corn’ video still, 2011, courtesy Maureen Paley, London and China Art Objects Galleries, Los Angeles.