Ryoji Ikeda live at Disslab

Sala buia e uno schermo gigante completamente nero. Iniziano a muoversi delle rette bianche e sottili che, a mo’ di assi cartesiani, si incrociano ad intervalli regolari registrando dei punti minuscoli la cui collocazione è dettata da una precisa elaborazione di dati che ne determinano le coordinate. Al loro aumentare inizia a prendere forma la visione di Ryoji Ikeda: disegnare una porzione del cosmo. Ogni nuovo punto è accompagnato da un impulso acustico e tutta l’operazione di genesi poggia su di un tappeto sonoro freddo, metallico e perpetuo.

 

D’un tratto la frequenza con cui i nuovi pianeti, astri o soli che siano, subisce un’accelerazione. Aumenta d’intensità anche il suono, mentre dei codice a barre iperuraniche solcano la neo galassia. Poi, nel momento in cui tutto sembra volgere verso il collasso, Ikeda fa ruotare l’universo su sé stesso, svelando l’esistenza di altro spazio al di là dello spazio.

 

La prima volta che assistetti all’esecuzione di “Datamatics” mi tremarono le gambe per paura e smarrimento: sentimenti che in pochi artisti sono riusciti a generare con potenza e intensità tale da segnarmi. Un’opera monumentale, datata 2008, nelle quale si ritrovano tutti i temi che caratterizzano il suo lavoro: un’estetica minimale rigorosa, se non marziale, una fascinazione assoluta per l’oggetto informazione traducibile – ed effettivamente tradotto – in dato numerico, un dialogo continuo con la riflessione matematico filosofica imperniata sul concetto di infinito. Andando ancora a ritroso nel tempo, li si ritrova già tutti in forma grezza nel suo primo lavoro, “1000 Fragments”, particolarmente utile per capirne radici ed evoluzione. In esso dei frammenti sonori di conversazioni, comizi, appelli politici e dialoghi cinematografici, si intervallano a registrazioni di rumori e trasmissioni telegrafiche in codice Morse.

 

Ecco, volendo il lavoro di Ikeda può essere inquadrato come il tentativo, riuscito, di portare alle estreme (estetiche) conseguenze la traduzione iniziata da Morse, riducendo e ricodificando il linguaggio umano, parlato e scritto, ai suoi minimi termini: suoni brevi, suoni lunghi, pause. Ikeda rappresenta la dimensione informatica e digitale di questa operazione in cui la posta in gioco aumenta a dismisura, perché non si tratta più di tradurre solamente qualche carattere, ma di restituire al mondo la sua complessità – e la sua verità – fatta oramai di informazioni, il cui aumento e accumulo sono quotidianamente esponenziali.

 

Un immenso lavoro di sintesi dunque, che cerca di ricondurre una molteplicità potenzialmente infinita alla binarietà: del codice informatico, dell’arco cromatico (difficilmente nei suoi lavori va oltre il bianco e il nero), degli elementi geometrici (punti e linee di spessore variabili, quando non è la mera rappresentazione grafica numerica a comparire). Così in “V≠L”, lavoro nato da alcune conversazioni sulla definizione matematica di infinito con il teorico di numeri Benedict Gross, dove su dei fogli sottili sono impresse delle stringhe numeriche quasi fossero delle istantanee delle matrice del mondo. Così in “Test Pattern”, dove dati (testi, foto, film, suoni) sono tradotti in sequenze di codice a barre sincronizzate.

 

Così in “Spectra”, delle installazioni itineranti consistenti in colonne di luce puntate al cielo capaci al tempo stesso di eliminare la materialità della scultura e di ridurre l’intero spettro cromatico prima al solo bianco, poi al nero, data l’intensità con cui la luce colpisce l’occhio. Così in “Transfinite”, l’ultima installazione immersiva realizzata a Central Park dove schermi, luci e suoni diventavano superficie calpestabile, ambiente vivibile. Probabilmente l’attualizzazione più riuscita di Ikeda dell’idea di “sublime” di Kant, dove alla natura, alla sua potenza (dinamica) e alla sua immensità (matematica), si sostituisce il regno dei dati: selvaggio, infinito e ancora non completamente intellegibile. O almeno per tutti coloro che, di norma, non salgono sul palco ad aggredire sensi e cognizioni al di là della normale soglia tollerabile dell’udibile e del visibile, indossando con nonchalance un paio di occhiali da sole e una t-shrit con su scritto: “G[ ] F[ ]CK Y[ ][ ]RS[ ]LF ! would you like to buy a vowel?”.

 

RYOJI IKEDA presents TEST PATTERN

DISSLAB

SABATO TRE DICEMBRE

DALLE ORE 21

TEATRO PALLADIUM

PREVENDITE QUI

 

DISSLAB è parte della programmazione di DIGITALIFE 2, la mostra-evento dedicata all’arte digitale organizzata dalla FONDAZIONE ROMAEUROPA.

 

Ex GIL [Trastevere]

Dal 26 ottobre all’11 dicembre 2011

Aperto dal martedì al venerdì dalle ore 16 alle ore 23

Sabato e domenica dalle ore 12 alle ore 23

Chiuso il lunedì

Informazioni: Digitalife 2

 

 

 

 

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