Never stop discovering.
Chi ha mai vissuto Dissonanze difficilmente si dimenticherà un'opera tanto spettacolare.
Dissonanze era il risultato dell’impegno di un team appassionato, ma soprattutto era il sogno, l’idea e la creazione di Giorgio Mortari - un uomo coraggioso, un ricercatore che amava gli innovatori, un divulgatore con una fortissima visione – e un uomo generoso, per cui l’arte e la bellezza venivano prima di tutto.

Sono passate solo poche settimane, e Giorgio ci manca, tanto, ogni giorno... e sarà sempre così. Senza di lui l’Italia della cultura digitale e della musica elettronica non sarebbe la stessa. Senza di lui, non sarà la stessa.

Ma poi Giorgio è con noi in ogni cosa che facciamo, in ogni suono, ritmo e visione in cui ci immergiamo. E con lui rimangono queste pagine, e l’ispirazione che rappresentano a non smettere mai di procedere - ognuno per la sua strada, e tutti insieme, alla scoperta di nuove emozioni.
Giulia Baldi
Dissonanze, ovvero: il più importante evento in Italia per la musica elettronica e digitale – un luogo dove fare incontrare techno, avanguardia, performance, festa e ricerca. Dissonanze era il sogno, l’idea, la creazione di Giorgio Mortari.

In quelle notti, la musica, per la folla investita dalla pioggia di luce era la pasticca di uranio che alimentava il motore di un’esperienza sensoriale. Per Giorgio era molto di più: una ricerca sulla natura e la percezione del tempo.

Da Walter Benjamin aveva imparato che nell’epoca in cui l’opera d’arte è tecnicamente riproducibile, è fatale che l’opera d’arte perda la sua “aura”. Eppure Giorgio, mescolando tecnologia, architettura, antropologia, filosofia ed evasione, ha cercato fino alla fine di recuperare quell’aura – la sensazione mistica che suscita l’arte irreplicabile – per scagliarla come un’affilata e stridente dissonanza nell’asfittico panorama culturale che lo circondava, così come gli suggeriva un altro autore molto amato, Theodor W. Adorno.

Dietro quegli occhi che potevano ustionarti brulicavano sempre migliaia di possibilità. Il suo sorriso da eterno fanciullo (come l’acqua in una boccia di vetro) si apriva ogni volta che gli capitava di imbattersi nella Bellezza – che nell’Arte come nella Vita scintilla ovunque vi sia Verità. Lui sapeva trovarla nella Telemusik di Stockhausen e nei live set di eccentrici dee-jay, nella complessa matematica audiovisiva di Ryoji Ikeda così come nell’agghiacciante Mon coeur mis à nu di Maximilien Aue ne Le benevole.

Ci consola sapere che il ritmo della sua immaginazione al tempo stesso visionaria e di sconcertante nitidezza – il sogno di un mondo digitale che per sottrazione si trasformi in un tutto virtuale, “in cloud” – come una radiazione cosmica si propagherà attraverso le onde sintetizzate della musica che ha contribuito a far conoscere nel nostro Paese.

Queste pagine ne sono una testimonianza esemplare.
Leonardo Colombati
Giorgio Mortari era un uomo con una fortissima visione. Amava gli innvoatori: Karlheinz Stockhausen, Peter Cristopeherson, Charlemagne Palestine... Oltre a loro moltissimi elettronici non avrebbero mai trovato un palco in Italia se non grazie a Giorgio ed il suo amato team Dissonanze. Giorgio è stato generoso, ha condiviso la sua passione ed ha messo l'arte e la bellezza al primo posto. Chi ha vissuto Dissonanze difficilmente dimenticherà la spettacolare opera che il nostro amico Giorgio, ricercatore e divulgatore, ha messo in scena.

Ci mancherai.
Costantino della Gherardesca
Giorgio era un ragazzo intelligente e sensibilissimo (oltre che eccezionalmente bello). Non lo dico per vuota retorica celebrativa o per una sorta di assurdo bon ton postumo. Lo dico perché nel poco tempo che ci siamo conosciuti ho avuto modo di constatare l’acutezza e la passione con cui cercava, attraverso la musica, di capire il proprio tempo e, forse, anche se stesso. Io, chiaramente avendo avuto una formazione filosofica, mi sono trovato subito bene con questo suo lato speculativo, del resto anche lui era laureato in antropologia, materia che amava moltissimo, e ci siamo fatti diverse chiacchierate a pranzo o a cena, o magari il pomeriggio per un caffé “al volo” che poteva durare ore. Il tutto poi in una manciata di mesi.

Posso dire di aver iniziato a conoscere bene Giorgio circa un anno fa, in occasione di una intervista che gli feci per Satellite Voices. Ci eravamo già incontrati in precedenza, per via delle varie amicizie in comune, ma sempre in situazioni dispersive. Ad ogni modo, nel breve scambio di mail e telefonate, abbiamo finalmente avuto modo di approfondire la conoscenza e ci siamo intesi immediatamente. Da lì in poi abbiamo iniziato a sentirci e frequentarci regolarmente. Il nostro è stato il principio di una amicizia che sarebbe potuta diventare molto intensa e la sua scomparsa, oltre all’amarezza, mi ha lasciato un senso di frustrazione simile a quella che si prova nell’ascoltare l’esecuzione di una bella partitura che si interrompe bruscamente proprio nel momento in cui inizia a distendersi. Io comunque gli sono grato, perché la sua breve presenza nella mia vita è stata significativa.

Avevamo, mi permetto di pensarlo, sensibilità simili. Nei nostri meeting, parlavamo di un po’ di tutto, dai massimi sistemi alle piccole traversie quotidiane. Per come l’ho conosciuto io, Giorgio era una persona molto profonda e riflessiva, lo descriverei come un ribelle interiore con un mondo ricchissimo, sicuramente un tenace avversario dell’ovvietà. E come tutti coloro che sono abituati ad esplorare in lungo e in largo la geografia del proprio spirito, era anche una persona assai divertente. Mi facevano ridere moltissimo i suoi commenti ironici e taglienti, comunque sempre pertinenti, su luoghi, persone, e anche su se stesso. Era certamente un ipercritico, animato da quell’aggressività di fondo tipica di chi non si accontenta mai, tratto che contrastava armonicamente con uno sguardo che io trovavo invece vulnerabile e dolcissimo. La cosa che lo rendeva felice era progettare in grande, perché era un visionario. Mi parlava spesso di quello che aveva in mente per il futuro di Dissonanze in cui, bontà sua, voleva coinvolgermi. Intendeva creare Disslab, una sorta di laboratorio creativo, un contenitore, un magazine, un marchio attraverso il quale produrre musica, informare, fare ricerca e organizzare eventi. Non più dunque solo concerti ma anche permanenze artistiche, workshop, seminari, talk. Voleva poi trasformare il blog in una specie di virtual home dove poter convogliare, in una nuova veste editoriale, tutta la ricerca la conoscenza e la competenza accumulate in ben dieci anni che hanno reso Dissonanze il secondo festival di musica elettronica e arti digitali più importante d’Europa.

Lui minimizzava questo risultato e non perdeva tempo ad auto-celebrarsi, anche perché era troppo preso a riflettere su quale sarebbe stata la prossima mossa. Mi raccontava più che altro dell’enorme fatica di mettere in piedi ogni anno questa poderosa macchina organizzativa, e si augurava di poterne in futuro migliorare il funzionamento, soprattutto dal punto di vista finanziario. Non bisogna dimenticare che Giorgio ha rischiato moltissimo in proprio per regalare alla città i migliori artisti e la migliore musica internazionale, al cospetto di amministrazioni miopi e praticamente assenti che non hanno mai davvero voluto e saputo sostenere questa realtà che si è affermata autonomamente. Giorgio ha creato dal nulla un evento che è riuscito a portare in un Paese che spende milioni per il più grande Festival dell’Ignoranza al mondo (Sanremo), personaggi come Richie Hawtin, Flying Lotus, Sven Väth, Planningtorock, Fennesz, Alva Noto (Karsten Nicolai) & Olaf Bender, il mitico Gil Scott-Heron, solo per citarne alcuni tra le decine, lanciando al contempo tanti altri artisti emergenti che da noi difficilmente trovano spazi per esibirsi.
Persino Karlheinz Stockhausen, il padre della musica elettronica, ha onorato Dissonanze della sua presenza nel maggio del 2007 con quella che è stata la sua ultima esibizione prima di morire. Dissonanze è stata un vera e propria operazione culturale che forse aveva esaurito la sua formula perché, come aveva compreso Giorgio, ritrovarsi dopo tanti anni a dover proporre nomi di richiamo per le “grandi folle” solo per mantenere tutta la struttura senza alcun aiuto da parte delle istituzioni, significava snaturare il proprio dna originario che – vale la pena di ricordarlo – è sempre stato quello di:

“Esplorare le nuove dimensioni del suono, della musica elettronica e delle arti digitali, varcare le nuove frontiere delle arti visuali […] stimolare gli artisti verso collaborazioni e creazioni inedite, nel nome della sperimentazione quanto dell'intrattenimento proponendo nuove esperienze di “musica visiva”, spettacoli totali e immersivi in grado di stravolgere la normale dimensione percettiva e il normale coinvolgimento del pubblico, esaltandone gli aspetti più profondi e/o ludici.”

Ecco perché aveva deciso di prendersi un “anno sabbatico” per riordinare le idee e riflettere su come dar vita a Disslab, la cui intuizione di base era legata anche all’esigenza di smarcarsi dal format di evento generalista su larga scala, a favore di una dimensione più raccolta di ricerca e sperimentazione. Io credo che Disslab rappresentasse la fase più matura del percorso artistico di Giorgio, un progetto in cui avrebbe potuto soddisfare anche quella vocazione alla conoscenza che, secondo me, è stato il motore di tutte le sue iniziative. Una delle ultime volte che ci siamo visti, gli ho buttato lì l’idea che la tecnologia potesse essere considerata come lo stadio primordiale della natura invece che il suo superamento, una di quelle ipotesi paradossali che scatenano il pensiero, e Giorgio ovviamente si è intrigato a immaginarne tutte le conseguenze. Ci vedevamo (magari più io che lui, perché so perfettamente che assecondava le mie acrobazie filosofiche) una delle possibili chiavi per interpretare questa fase di posthistorie musicale, descritta superbamente dal critico inglese Simon Reynolds in “Retromania” (Isbn Edizioni, 2011) nei termini di saturazione, archivizzazione, postproduzione ricombinante e riciclaggio, superibridismo.

Giorgio era ovviamente un esperto di musica elettronica e quindi una fonte inesauribile di stimoli: quella incredibile miscela di arcaico e digitale, competenza tecnica avanzata e antidiluviano premeditato, influenze transculturali e pan-globalità rappresentata dal lavoro di quel geniaccio di dj-rapper-yogi californiano Gonjasufi, l’ho scoperta grazie a lui (che ha avuto la prontezza di portarcelo in Italia ad appena due mesi dalla pubblicazione del suo primo stupendo LP “A Sufi and a Killer”).
Ma in particolare mi affascinava per quello che aveva da dire sulle arti digitali e le sperimentazioni sonore. Quel poco che ora so, lo devo a lui in un anno di suggestioni e scambi preziosissimi attraverso cui ho provato ad intendere l’essenza di questi magmatici frutti del contemporaneo. Diciamo che, se prima di incontrare Giorgio ero un semi-analfabeta, lui mi ha decisamente “scolarizzato”, fornendomi i criteri per esplorare questi campi autonomamente. Mi ha permesso, ad esempio, di conoscere e apprezzare le bellissime istallazioni laser dell’artista olandese Edwin van der Heide o di comprendere il lavoro di Ryoji Ikeda, lo scultore del suono giapponese che lui amava moltissimo e a me risultava incomprensibile. Ikeda è stato il primo ospite di Disslab, e in un certo senso il suo minimalismo digitale che scompone il suono nelle sue strutture elementari di ritmo, oscillazione, onda, particella è la metafora perfetta del percorso di sublimazione interiore che credo Giorgio avesse intrapreso. Io lo ricorderò sempre con affetto e grandissima stima.
Tommaso Fagioli
Una cosa che mi chiedevo sempre – quando vedevo Giorgio – era come ci si dovesse sentire a guardare con i suoi occhi il Palazzo dei Congressi, in uno di quei sabato sera di primavera. Avrei voluto chiederglielo, ma non l'ho mai fatto. Forse perché ero convinto che quella che a me sembrava una cosa straordinaria, per lui doveva essere semplicemente normale, inevitabile. In effetti, il rapporto tra Giorgio Mortari e il suo festival si basava sull’identificazione piena tra l’idea e la persona. Giorgio non poteva stupirsi di Dissonanze. Per lui era solo un'idea forte, resistente, instabile, che viaggiava nella sua mente cambiando di anno in anno, come tutte le idee che si rispettino. Nel concretizzarsi, andava sempre un po’ oltre se stessa, rimettendosi in discussione nei dettagli, nella forma e nei contenuti. Il festival era uno strumento contraddittorio, difficile da applicare, che serviva a perseguire l’idea.
Giorgio non ha fatto in tempo a compiere 38 anni, e lo scorso Dicembre si è portato via quell’idea con sé. Ha segnato però una parentesi importante nella storia della cultura italiana. In dieci edizioni, attraversando momenti difficili e altri bellissimi, ha dato vita al più completo evento musicale contemporaneo del nostro paese. Ha proposto, in una città impreparata, un modo di fare che oggi si sta istituzionalizzando.
Credo sia addirittura superfluo parlare della qualità della programmazione del festival, della quantità di artisti che ha portato per la prima volta in Italia, o della sua capacità organizzativa e imprenditoriale, quando quello che si ha di fronte è il tentativo di fare una cosa che qui prima non c’era. La sfida di Giorgio si poggiava su un'idea romantica: rendere grande una cosa piccola, in un paese culturalmente ancora più piccolo. Ho sempre ammirato il lato intimo e utopistico della sua visione. La differenza infatti è tutta qui: i grandi eventi artistici e musicali a cui siamo abituati hanno quasi sempre un fine altro, rispondono ad esigenze di marketing o di promozione politica, Dissonanze invece aveva come fine principale quello di perseguire i suoi stessi presupposti.
Le visioni utopistiche però o restano utopie o si concretizzano in modo effimero. Giorgio aveva deciso di fermare tutto, di fare un po’ di ricerca, di mettere il festival in stand-by, per capire di nuovo quale fosse la cosa giusta da fare. Lo ripeto: Dissonanze era un’idea, non un evento. In cambio di tutto questo, Giorgio ha ricevuto l'affetto del pubblico – anche di quello che lui stesso rimproverava per l’incapacità di capire il senso più vero del suo lavoro – e il rispetto profondo degli addetti ai lavori, ma non tutta la gratitudine istituzionale che si sarebbe meritato. La cultura e la vita stessa di una città come Roma, e dell'Italia in genere, sono cambiate in questi ultimi dieci anni.
Un po’ – forse più di un po’ – anche grazie a Dissonanze, anzi, grazie a Giorgio.
Valerio Mannucci
Giorgio once told me that he lived his life to the fullest, he loved in an absolute way, he worked in an absolute way. It was true and it wasn’t a choice, it was just his nature. He was a man that lived off of his passions. He was creating and giving. Giorgio was a dreamer who wanted to share his vision with others. Dissonanze was born out of this. It was the result of a continuous research, of a restless curiosity and of a total dedication. Without Giorgio and his beloved team countless artists would have never gotten the chance to perform for such a large audience in Italy. He made us dance, he made us discover new talents and he brought us together for an incredible event. His absence will be deeply felt. Personally I’ve lost a friend, but we’ve all lost a talented man. So thank you Giorgio, we will miss you but it is up to us to relish all that you have left behind. All the memories, the sounds, the good times and these last inspiring pages. Some time ago I read a sentence that stuck to my mind “…for, after all, what could be worse than to look back upon one’s life in one last moment, see it complete, and be forced to say to oneself ‘that’s not who I should have been’…” Giorgio’s life ended to soon to be complete but it is certain that, looking back at it, he was always true to himself.
Giulia Ruberti