Mountains

A cercar la verità nei dischi punk si diventa vecchi, ma anche parecchio più saggi. “Il domani ha la semplicità di una montagna” non è un verso come un altro, tratto da una canzone presa di peso da un mini-album punk italiano destinato da subito a diventare culto per i pochi che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo. Non c’entra niente con i Mountains – Brendon Anderegg e  Koen Holtkamp – ma è perfetto per spiegare “cosa” sono i Mountains e il loro percorso di artisti e creatori di musica.

Attivi ormai da più di un lustro, appartengono alla folta schiera di manipolatori di suoni acustici in chiave elettronica. Abili ricamatori di tessuti ambient dai tratti grezzi e al tempo stesso sognanti.

Non è un caso quindi se per il loro nuovo – recentissimo – “Air Museum”, pubblicato come il precedente “Choral” da Thrill Jockey, abbiano deciso di ridurre del cento per cento l’impiego di macchine e computer e affrontare la loro materia sonora partendo da un nuovo approccio a “impatto zero”. Tutti i suoni presenti nel disco sono generati da strumenti veri (bassi, chitarre elettriche, acustiche, violoncello e fisarmonica, prevalentemente) e poi processati in quasi tempo reale attraverso effetti, sintetizzatori modulari e altri strumenti vintage.
Il risultato fa completamente il giro: “Air Museum” è in tutto e per tutto un album di musica elettronica, realizzato però con lo spirito e l’approccio dei dischi free jazz storici: quasi totalmente improvvisato e con un’attenzione notevole per le dinamiche e gli intrecci tra i due musicisti.
Non è un caso che si parli di loro soprattutto per la qualità e l’unicità delle apparizioni dal vivo, una storia a sé rispetto ai lavori in studio. Libere, imprevedibili, ma anche rassicuranti.
“La semplicità della montagna”, si diceva all’inizio.