MASBEDO

Sabato 28 ottobre

TEATRO PALLADIUM

ore 21


Masbedo e Lagash presentano al Palladium di Roma La Musa, una performance sonora e visiva interamente improvvisata.

 

Lo spettacolo presenta un’indagine sull’artigianalità della performance come forma d’arte e di comunicazione: un accumulo di oggetti, fotografie e gesti è predisposto sul palco a rappresentare un universo statico che prende vita grazie all’azione filmica e musicale degli artisti. Attraverso tale animazione saranno messi in scena il rischio e l’errore, elementi fondanti e generalmente ecclissati nell’arte e nelle relazioni, poiché considerati disturbanti e antiestetici.

 

È anche questa la trasformazione del contemporaneo, a saperlo vedere, le dinamiche della vostra pratica non vanno forse viste come una somma di azioni (installazione-video performance-suono), ma come un solo gesto che racchiude simbioticamente tutto.

 

È connaturato al nostro modo di essere, e conseguentemente al nostro modo di essere artisti che è poi la stessa cosa. Siamo iperattivi e debordanti, con il rischio di fare tanto ed alle volte forse troppo. Ma va bene cosi. Bisogna avere il coraggio anche di debordare. Anche l’umiltà e la consapevolezza di rincorrere una propria urgenza. Le esperienze ci completano in qualche modo, e quello che posso dirti è che nella nostra esperienza artistica, anche consapevoli di una certa overproduzione, rimane intatta una matrice che è la nostra identità. Che appunto è poliforme,ed è essastessa che cerca diverse vie per esprimersi.

 

 

Sembra il tempo delle nuove (ri-)scoperte cinematiche e del video di sperimentazione. Anche nei grandi festival del cinema internazionale, oramai, è forte la presenza di video artisti prestati al lungo. Una mutazione prevedibile?

 

La domanda ci coglie sul fatto. Intanto diciamo che per il modo nel quale stanno mutando i due universi in questione, quello dell’arte contemporanea e quello del cinema, diventa una possibilità sicuramente interessante testarsi sul lungometraggio sbattendosene delle dinamiche di distribuzione classiche e cercare magari di mutuare i sistemi di produzione dell’arte contemporanea. Una volta eravamo ad una tavola rotonda a Locarno e li con noi cera Win Wenders. Con molta lucidità ci disse che la videoarte avrebbe avuto la l’opportunità di rappresentare quel terreno di sperimentazione che il cinema non offre più. Aveva ragione. La videoarte, oggi, si presta sicuramente come spazio di ricerca possibile per le immagini in movimento, quello spazio che per molto tempo è stato era il cinema di sperimentazione degli anni ‘70. Oggi un giovane videomaker che sbaglia l’opera prima è fuori. Chiaramente poi ci sono altri aspetti con delle specifiche connesse: ci sono artisti coraggiosi come Shirin Neshat che hanno proprio nel sangue la voglia di avere un confronto piu esteso, ma forse i meriti di Shirin sconfinano anche dal puro lato estetico o tecnico. Ci cogli in flagranza in quanto stiamo per approcciare al nostro primo lungometraggio: ancora una volta lo facciamo per sperimentare il nostro linguaggio, poi ci sembra, come dire, forse è l’evoluzione piu naturale il passaggio dalla videoart al cinema.

 

 

Una delle cose piu interessanti della vostra pratica è proprio il vostro modo di “stare” dentro al sistema dell’arte: ci state dentro alla grande,ma allo stesso tempo sembra non vi risparmiate esperimenti piu o meno audaci sui formati di visione dei vostri lavori, una necessità,oppure un opportunità?

 

È ancora una volta il nostro modo di essere a guidarci li dentro. A volte come dicevi tu sentiamo proprio questo ritardo dal punto di vista curatoriale. Ed uno dei problemi principali che incontra un progetto come il nostro è proprio la necessità di certi curatori nel dover catalogare, semplificare le istanze culturali. Su due piedi non saprei dirti più di 4-5 curatori al mondo “completamente” preparati, nello specifico, sul linguaggio del video. Ad esempio in Europa, come peraltro sai, in questo momento c’è un grosso dibattito intorno ai dispositivi d’esposizione video ed è un peccato che in Italia si abbia invece una certa tendenza a sorpassare con troppa velocità certe questioni. Facendo una summa di tutte queste cose che ci siamo detti il nostro modo di vivere questo contesto è funzionale alla nostra pratica artistica, quindi necessario a garantirci delle condizioni nelle quali mantenere coerenza con il nostro percorso.

 

 

Nei vostri lavori chiaramente l’uomo è il protagonista assoluto. La vita, la misera vita, l’eterna magnifica vita. Ecco, la vostra arte sembra incontrare quel momento nella storia di un emozione nel quale, per un secondo tutto sembra fermo cristallizzato e magnifico. Poi qualcosa crepita e successivamente verrà giù tutto. Ma un attimo prima sembra arrivare il vostro ritratto nel quale l’amore, il dolore, la solitudine riescono ad essere,per un attimo, bellissimi. “È forse questo che si cerca nella vita, nient’altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi, prima di morire.” chiaramente Celine.

 

Si. Partiamo da li. Sicuramente il nostro lavoro si snoda intorno alla vita umana. All’esistenza con i suoi drammi e le sue passioni. Quello che cerchiamo di fare è portare alla luce quegli istanti di verità che “fanno” la vita di un uomo. Certamente con un linguaggio molto curato, attento anche tecnicamente impegnato al fine di costruire bellezza intorno a quei momenti. Celine con tutto il filone essenzialista racconta molto del nostro lavoro, cosi Sartre, come Camus sono alcune delle nostri radici. Altrettanto forte e primario è il rapporto con la natura. Intesa anche come anima dei luoghi,come nel lavoro qui dentro*, o come naturale teatro nel quale lasciar scorrere ed esaltare Vita. Proviamo a ricucire un’empatia fra l’opera, l’uomo, il fruitore. Lavorando la materia di cui è fatto l’uomo stesso. Quella delle emozioni. La ricerca di quella determinata bellezza dell’immagine,che vedi, fa parte del processo. Resta lo strumento che piu di ogni altro riesce ad esprimere un emozione e ad aprire un dialogo con chi si mette davanti ad un nostro lavoro.

 

Torniamo alle possibilità esposizione: voi in questo sembrate fare un grosso, autoctono, lavoro. Il medium dei vostri lavori siete molto spesso solamente voi, abbattendo,anzi sorpassando,anche il filtro curatoriale.

 

Per noi è molto importante il contatto con il pubblico, ecco più precisamente diremmo lo scambio con il pubblico. Come ti dicevo cerchiamo di partire dall’uomo per trovare poi il linguaggio che in quel momento ci sembra il più urgente, e quello tecnicamente più pertinente ad esprimere quello che in quel momento abbiamo da dire. Per molte ragioni è vero che molto spesso siamo noi stessi il “filtro” che divede l’opera dal pubblico, quindi forse siamo il medium piu vicino possibile alla matrice dell’opera.

 

*Tutto ruoto intorno ad una soglia, ed a quella sensazione di vertigine che trasmette abitarla.

Serendipity, il lavoro che Masbedo presenta in Digital life2, racconta un luogo,un tempo,l’anima che lo vive, ed il vuoto verso il quale si affaccia. Un luogo nel quale respira una bellezza suadente, che si sporge oltre l’opera, e rapisce il fruitore.

 

Ecco, l’invito personale è proprio questo : provate a varcare quella soglia, provate ad entrare in quel muro di bellezza cercando di trovare, in quella soglia, le tracce di quelle domande che sono insite ed insolute nell’immaginario umano. Non provate a chiuderle, cercate, correndo insieme ai Masbedo su quello spazio interstiziale di terra e anima nell’East Sussex, di abitare una vertigine d’incanto.