Little Dragon

Che cos’è il pop oggi? Nella stragrande maggioranza dei casi, ovvero quelli che ormai stabilmente dominano le classifiche internazionali, si tratta di un mash-up revivalistico tendente al kitsch, dove la componente musicale è solo un aspetto – secondario? – del progetto/artista hi-tech, o per meglio dire icona multimediale e multitasking. Una piattaforma umana, “costretta” a utilizzare le canzoni come bigliettini da visita, utili in realtà a vendere ben altro. Nel migliore dei casi i propri concerti. Nel peggiore, profumi, gioielli, occhiali o mutandine.

 

Tutto questo, per fortuna, non ha nulla a che fare con i Little Dragon, interessantissima formazione svedese, arrivata in questi giorni al traguardo del fatidico e “difficile” terzo album, Ritual Union. La loro visione del pop è quanto di meglio si possa immaginare – o sognare? – oggi. Un immaginario sonoro stratificato, profondo, spesso elettronico, ma pieno di contaminazioni: dal soul (la splendida voce della giappo-svedese Yukimi Nagano), al jazz o al funk (la sezione ritmica), al minimalismo (le melodie reiterate e circolari).

 

Esordiscono nel 2007 con un discreto disco omonimo, che già faceva intravedere, seppur in versione embrionale, molte delle vincenti caratteristiche che avrebbero saputo ottimizzare nei successivi lavori. Il sound infatti risultava ancora troppo legato alla satura e in certo senso superata scena trip-hop inglese. Non a caso è la londinese Peacefrog a metterli sotto contratto. Ma è con Machine Dreams del 2009 che la band di Gothenburg si rivela per quello che è: un cigno nero di straordinaria bellezza, capace di rapire in loop l’ascoltatore con una scaletta pressoché perfetta, senza segni di cedimento e con alcuni picchi assoluti come Looking glass, My step, Feather, Runabout o Blinking pigs. Uno dei migliori dischi di “pop futuristico” usciti nello scorso decennio. Tornando all’attualità, e quindi a Ritual Union, non si può che constatare come la band abbia superato alla grande la prova di maturità, creando un seguito ideale di Machine Dreams.


Un lavoro perfettamente bilanciato tra impellenze ritmiche e ricercatezze melodiche, ben rappresentate dai singoli Nighlight e dalla titletrack. Inoltre non va sottovalutata la loro esponenziale crescita live, riscontrata di persona al Sònar 2011, con la band potente, compatta e divertita on stage, e soprattutto con la Nagano sempre più a suo agio nel ruolo di “nuova reginetta” electro-soul. Prima di pensare che stia esagerando, una domanda: indovinate di chi è la voce in Wildfire, singolo apripista del debut album del super celebrato e chiacchierato producer inglese SBTRKT?