John Talabot

John Talabot non è un musicista ma un saggio vivente, con gambe, braccia e tutto, su cosa vuol dire la parola marketing applicata alla musica degli anni dieci.

Nell’era dei Social Network, della comunicazione orizzontale, del termine “virale” usato alla stregua di un paravento per dare dignità anche a cose fatte in fretta e fatte male, assistiamo da spettatori al trionfo del “tutto dato in pasto a tutti”, o del suo esatto contrario.
Non c’è più spazio per le vie di mezzo, le vie di mezzo fanno parte del passato. Del “vecchio” modo. Ora vogliamo sapere cosa mangia John Stanier dei Battles la mattina a colazione. Anzi, vogliamo vedere il video, leggere il menù su Facebook e sapere se la sua fidanzata ha gradito il pasto.
Oppure l’esatto contrario: non vogliamo conoscere nessun dettaglio, immaginare Stanier come un essere proveniente da un’altra galassia, prigioniero di una bolla spazio-temporale generata da un tempo dispari, musicista-geniale-totalmente-avvolto-nel-mistero, che suona con il crash alto due metri per lanciare chissà quale complicato messaggio esoterico. Ripetiamo insieme: o tutto. O niente.

Capita quindi che un giovane piuttosto coinvolto nelle faccende legate alla nightlife barcellonese, già amico e collaboratore dei Delorean (un album su Matador a metà tra gli Animal Collective e una festa sulla spiaggia, a Ibiza), decida senza pensarci troppo di aprirsi uno space per pubblicare un po’ di remix realizzati così tanto per.

Capita poi che quei remix piacciano un bel po’ e che di colpo comincino a essere suonati ovunque. Non solo a Barcellona. E ovunque riecheggiano le stesse domande: “Ma chi è questo John Talabot? Perché su MySpace non c’è la sua faccia? L’ha visto mai qualcuno?”

La risposta è no. Non l’ha visto nessuno. Semplicemente perché John Talabot non esiste, quantomeno all’anagrafe; e da progetto a tempo perso, realizzato in clandestinità per evitare di fare figuracce anche con gli amici, si ritrova di colpo a essere uno degli act elettronici più chiacchierati del 2010.

Merito soprattutto di Sunshine,  traccia basata quasi interamente su un campione di KC & The Sunshine Band. Una vera e propria bomba che parte disco per poi prorompere in un groove tritacarne dove tutto diventa citabile: l’afrobeat, il kraut rock, la chill wave. Sette minuti e trentaquattro secondi che profumano di zeitgeist come poche altre cose, e che fanno diventare Talabot un nome noto anche a chi normalmente non mastica certe sonorità.
Finisce su Pitchfork, e poi ovunque. Il gioco diventa una cosa seria e a quel punto pare impossibile tornare indietro: bisogna continuare a sviluppare la trama del giallo, insistere sul mistero e infarcirlo di nuovi particolari.

Ecco quindi l’annuncio di un vero primo album prossimo venturo (per Young Turks), mentre il presente è scandito da Families, il nuovo singolo, con il featuring di Glasser. Un brano dal forte potenziale pop che lancia il producermascherato verso una nuova entusiasmante sfida: diventare il nuovo Caribou.