John Maus

Esistenzialismo pop. Esibirsi e riuscire a convincere a fine serata, a catturare il pubblico quando ormai è notoriamente “stoned” e focalizzato su rinnovate prurigini sessuali, complice il picco etilico (o di altre sostanze) presente nell’organismo, è un’impresa assai ardua. Il tutto diventa quasi leggendario se la performance in questione si svolge in coda a un festival massimalista, totalizzante e per certi versi estenuante come è il Primavera Sound di Barcellona.

Il mio primo incontro con John Maus è avvenuto esattamente due anni fa al “closing party” del suddetto festival, nel fascinoso “post-teatro rock” chiamato Apollo. Ed è stato amore (platonico-musicale) a prima vista. Un uomo solo, sul palco, e al comando. Un flusso di emozioni – effettate, alterate – come la musica proposta, un mix di elettro-pop, new-wave, noise e una buona dose di esistenzialismo, nei testi e nel modo di vivere la performance. Nato nella Austin “sbagliata”, in Minnesota, fin da piccolissimo ha giocato e sperimentato con il suono e la melodia, come testimoniano le infinite releases  non ufficiali che ha prodotto e le collaborazioni con Ariel Pink e Gary War.

Gli album ufficiali sono invece tre, tutti pubblicati dalla lungimirante Upset! The Rhythm: Songs, Love Is Real e l’imminente We Must Become The Pitiless Censors Of Ourselves (Dobbiamo diventare i censori senza pietà di noi stessi), lavoro che già dal titolo si candida tra i più ispirati e intriganti della stagione. E l’impressione non può che diventare certezza ascoltando brani come Believer e Quantum leap.

Mr. Maus è senza dubbio un personaggio non facile, orgoglioso della propria natura e dotato di una libertà espressiva fuori dal comune. Un outsider scintillante e sorprendente da non lasciarsi sfuggire.