James Blake

Allora. Anno 2011: finire in una major ti cambia la vita? Nì. Montagne e montagne di chiacchiere sul mainstream, sull’indie, sulla diffusione del web e degli mp3, sui social network; e montagne e montagne di conclusioni, spesso opposte fra di loro (e spesso capita che la stessa persona sostenga una cosa e cinque minuti dopo il suo esatto contrario, con la stessa convinzione: segno che regna ancora grande confusione e la materia del contendere è, come dire?, ancora fluida).

Proviamo a fare un po’ di ordine. Proviamo a farlo ora che le major si sono improvvisamente accorte della scena dubstep, scena che nasce – davvero – “underground as fuck”. Già: perché la Universal ha arruolato James Blake, la Sony/Columbia Benga e Skream (col progetto Magnetic Man).

Un tempo finire sotto contratto con una major ti cambiava la vita: soldi (tanti), possibilità di incidere in studi di qualità (al posto di topaie), alberghi di lusso (niente più sofà degli amici o retro del furgone), droghe (procacciate direttamente da zelanti impiegati delle major suddette, vedi i racconti nel magnifico “Please Kill Me” di Gillian McCain e Legs McNeil). Questo un tempo. Poi, le cose sono cambiate. Poi, se venivi dall’underground finire con una major diventava addirittura quasi una iattura: i dischi comunque non si vendevano (ed è ancora più grave non vendere quando su di te ci sono aspettative di un business plan di una multinazionale), e nel frattempo tu ti eri sputtanato la tua fanbase. L’elettronica, soprattutto l’elettronica, è stata nitida in questo: artisti qualificati che andavano su major finivano col vendere pure meno del solito, col profilo che andava in picchiata (si sono sputtanati!, si sono commercializzati!); anche perché le major andavano a pescare spesso e volentieri il peggio, ciò che era ai loro occhi più pop, grave errore (tipo: quando la drum’n'bass regnava, la Bmg se ne venne fuori con i Kosheen. I Kosheen!).

E ora? Ora, le major si sono svegliate un po’ fuori. Non tanto per un ricambio generazionale e mentale nel personale quanto perché i soldi son pochi, quindi ci si possono permettere meno sprechi e meno cazzate. Il loro potere politico resta intatto: su Mtv o su certe radio e certi quotidiani se ti presenta una major hai chance cento di passare, se ti presenta una indie hai chance uno, massimo uno e mezzo. Risultato? C’è quasi isteria, ora, attorno a Blake (vedi le trecento richieste di biglietto in cinque-minuti-cinque arrivate per il suo concerto milanese il 21 aprile). Magnetic Man chiede cifre insensate per il live. Né l’una né l’altra cosa sarebbero successe se gli artisti in questione fossero rimasti legati al recinto di – per dire – Rinse FM, Tempa, eccetera. Che questo sia chiaro a tutti. E non crediamo che resteranno casi isolati.

Insomma. La nostra sensazione è che stiamo arrivando ad una nuova fase in cui le major torneranno (per disperazione?) a fare scouting, torneranno a pescare nell’underground, smetteranno di affidarsi solo all’usato sicuro (vascorossidalladegregori) o alle creazioni in vitro (boy band e talent show, una vena a breve infruttifera per eccesso di sfruttamento). Bisogna farsi tutti più furbi, signore e signori. Due cose: il mainstream non può più permettersi di pescare a caso e deve capire che snaturare la cifra artistica di un progetto è, ora, un investimento in perdita; l’underground deve o dovrà uscire dalla sindrome dell’assedio per cui se entri nei circuiti dei grandi numeri sei un venduto, e non solo uno che cerca di fare al meglio il proprio mestiere. Ora come mai prima, se non forse negli anni ’70, in musica ci sono le basi per coniugare decentemente quantità e qualità. Tutto sta a capire se ce ne stiamo rendendo conto, e se sapremo sfruttare l’occasione.