Ensemble

In tempi in cui la propria esistenza artistica è spesso ostaggio di come viene fuori il proprio nome inserendolo su Google, scegliersi Ensemble come alias anagrafico equivale ad un mezzo suicidio, una garanzia di anonimato. In più, non manca l’aggravante: ovvero una carriera strana, carsica, spesso lontana dalla luce dei riflettori e soprattutto lontana dalla (sovra)produzione sistematica con cui molta gente dell’elettronica si è costruita un impero. Elettronica, sì: perché il canadese Olivier Alary nasce infatti come uno che ha a che fare con software e sintetizzatori, nasce come uno che per l’esordio discografico (2000, “Sketch Proposals”) si lega alla Rephlex di Aphex Twin e Grant Wilson-Claridge, continuando poi come piccolo mago delle sonorizzazioni ed installazioni audio-video (con tanto di premi all’Ars Electronica Festival) o come partner in crime di Björk nell’assemblare alcune parti del digitalissimo “Medulla”.

 

Ma anche elettronica no, per Alary. Perché infilarlo solo in quel recinto sarebbe riduttivo. E questo non solo per le collaborazioni con due icone alt rock (molto alt, molto rock) come Lou Barlow e Cat Power nel suo secondo album uscito nel 2006 per la Fat Cat, ma anche e soprattutto per il suo modo di pensare e trattare la materia sonora. Un modo che ha raggiunto una vetta davvero sublime con “Excerpts”, il suo terzo lavoro sulla lunga distanza, uscito ad inizio 2011 e passato colpevolissimamente sotto silenzio. Già: perché nel frastuono delle mille uscite discografiche, delle mille recensioni, dei mille siti, delle mille webzine, capita che si perdano per strada delle vere e proprie gemme. E’ il logorio della vita (e della scena musicale) moderna.

 

Combattiamolo, questo logorio. E per farlo, credeteci, non c’è modo migliore di “Excerpts”. Un disco senza tempo. Intriso di chanson française così come di venature shoegaze (più le prime che le seconde), giocato su un grande uso di archi da un lato ed elettronica dall’altro (tanto i primi che la seconda, e raramente questa interazione è stata giocata con tanto gusto ed equilibrio). Molto malinconico e molto dolce – molto sentimentale, insomma. Perché sì, la musica – pure quella trattata elettronicamente – serve anche per risvegliare sentimenti, oltre che per finire in classifica su Beatport. L’avreste mai detto? E certi dischi sono bellissimi, anche se non sono stati baciati dall’hype del momento (fatti con troppa cura e amore e quindi, secondo lo spirito del tempo, fatti male).

 

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