EMANUELE DE RAYMONDI

Inseguire il suono. I suoni che circondano uno spazio e un tempo, suoni umani, culturali, naturali. Il suono ci porta in direzioni impossibili da immaginare, ci fa abbandonare ogni idea precostituita su forma e metodo e ci si lascia felicemente travolgere dall’oceano sonoro.

 

Oguz Buyukberber è un grande virtuoso del clarinetto, un musicista raro che ha costruito il suo originale linguaggio padroneggiando le tradizioni della musica classica europea – da Bach a Stockhausen e oltre -, del Jazz americano, della musica tradizionale turca.

 

Ci siamo incontrati in settembre a Berlino, con l’idea di registrare una serie di improvvisazioni elettro-acustiche in duo, la stessa formazione che avevamo sperimentato per la nostra prima collaborazione dal vivo, a Istanbul, nell’aprile del 2010. Invece, grazie al mio amico Jacopo Carreras, abbiamo avuto la fortuna di trovare questo grande loft, completamente vuoto, dall’acustica straordinaria, e abbiamo immediatamente scelto una soluzione diversa: registrare le improvvisazioni di Oguz liberamente ispirate dal luogo. Io avrei successivamente rielaborato il materiale per vie digitali.

 

Doppiamente fortunati, perché solo un mese dopo il loft e’ stato venduto e ristrutturato: siamo stati gli ultimi ad ascoltare la voce indicibile di uno luogo che ora non c’e’ più. Oguz girava per la sala suonando, esplorando lo spazio acustico, scomponendo il clarinetto e usandolo in mille modi diversi, ascoltando il suo respiro, i passi sul pavimento di cemento grezzo, il leggero eco dei movimenti, le rifrazioni sulle pareti. A tratti, decidevamo di aprire le grandi finestre per far entrare i suoni di una Kreuzberg autunnale e piovosa.

 

Fenomeni fisici, che dipendono dalla materia del luogo e dei corpi nello spazio: la musica, arte immateriale per destinazione, si impregna di cose non sue, se ne appropria, le trasforma, e le esprime sublimandole, trasformando il materiale in spirituale.

 

Due giorni di improvvisazioni ai clarinetti (basso, contralto, pezzi di strumento smontato)  diventano il tema di base per il mio lavoro dei mesi successivi: le variazioni. Ho adottato un materiale di origine e l’ho rielaborato attraverso gradi di astrazione musicale ogni volta diversi.

 

Un’impostazione piuttosto tradizionale. Per questo ho scelto di usare il termine variazione, che in musica si trascina un lungo, importante, bagaglio storico. Con leggerezza e lontano da ogni accademismo: e’ stato il suono a suggerire, dicevo all’inizio, un percorso compositivo in divenire e non un metodo aprioristico con regole stabilite una volta per tutte.

 

Non volevo usare il computer come una grande macchina effettistica, ma piuttosto come una sorta di lente d’ingrandimento virtuale per quello che era già lì: riverbero della stanza invece che riverberi digitali, traffico e pioggia invece che effetti di distorsione, e così via. In parte un codice estetico scelto per questo lavoro, in parte una presa di posizione contro l’eccessiva saturazione di effetti digitali presente in gran parte delle produzioni contemporanee.

 

C’e’ una melodia che ritorna: il clarinetto di Oguz suona ad un tratto l’Epitaffio di Sicilo, il primo esempio di notazione musicale scritta di cui si abbia testimonianza, incisa su una stele, in Anatolia, nel I secolo d. C.

Un filo di memoria che ci lega alle nostre radici, al Mediterraneo, a una storia comune: si può provare a essere contemporanei senza fingere di dimenticarcene.

 

Emanuele de Raymondi