Elektro Guzzi

Uscire dalle secche della minimal techno (sempre più) prevedibile, (sempre più) pallosa, (sempre più) sterile? Si può. Si può fare. Ma non certo seguendo le solite regole del gioco. E comunque vi diremo di più: si deve farlo, oh sì. Pure la nostra amica Magda deve essersene resa decisamente conto, visto che il suo recente set al Time Warp è stato sì minimale ma decisamente funkettoso, come mai le abbiamo sentito fare in passato. Ma c’è una cosa che Magda non potrà mai fare, Loco Dice neppure, Villalobos men che meno e Hawtin manco a parlarne. La fanno gli Elektro Guzzi. Cioè, chi?

Per le solite misteriose (stupide) regole dell’hype se ne parla poco, ma chi li ha visti dal vivo ne è rimasto folgorato: minimal techno, ma di quello buona buona, suonata senza laptop (eh?), senza software (cosa?), senza vinili cd mp3 eccetera (seh, vabbé). Bernhard Hammer, Jakob Schneidewind e Bernhard Breuer suonano rispettivamente chitarra, basso e batteria. Stop. Se chiudi gli occhi, non te ne capaciti. Se apri le orecchie, scopri che la minimal techno può essere di nuovo una faccenda di inventiva, di lavoro geniale sia sulle dinamiche che sulle decomposizioni armoniche, di sorprese giocate per sottrazione – e non, invece, di prevedibili messe cantate per folle poco lucide.

Due lp alle spalle (il primo del 2010 prodotto dalla vecchia volpe Patrick Pulsinger, il secondo di quest’anno registrato live e mixato da Brandon Octave Harding, uno che se la intende da tu a tu con Lee Scratch Perry), svariate esibizioni già in carniere tra cui quella fenomenale al Sonar di cui vi diamo un assaggio, date a breve in programma al techno-santuario Berghain (14 maggio, gita berlinese?) e pure in Italia, i primi di luglio. Fenomenali. Rivoluzionari. Perché per fare quello che fanno loro, devi proprio pensare e costruire la musica-fatta-da-strumenti in modo radicalmente rivoluzionario.