Arnaud Rebotini

Sinceramente, qualche anno fa avremmo scommesso gran poco su di lui. Tipo, sembrava uno scontroso perdente con un fantastico futuro dietro le spalle. Abbandonato dal socio belloccio Ivan Smagghe, rimasto così unico tenutario della sigla Black Strobe che (per frustrazione?) ha trasformato con l’album “Burn Your Own Church” (2007) in una mezza porcata glam-goth-industrial-metal che manco un adolescente depresso di un paesino svizzero di montagna, Rebotini sembrava in pole position per il viale del tramonto artistico, vittima in primis della lotta contro se stesso e contro il suo passato da stella emergente della scena house-electro in compania di Smagghe e del di Smagghe ciuffo.

Poi, all’improvviso, ha deciso di fare pace con l’electro, Arnaud. E con la house. Di più: ha deciso di mandare in soffitta le chitarre e le pose goth glam, alleluja, e se ne è venuto fuori con un’operazione zero rock’n'roll e decisamente da nerd: “Music Components”, uscito tra 2008 e 2009, era un disco alla Vitalic – giusto per capirci – fatto però solo ed esclusivamente con strumentazione vintage (sintetizzatori, drum machine). Una mosca bianca.

Il risultato? Decisamente ottimo ed ispirato. Inizialmente se ne sono accorti in pochi – Arnaud era dato veramente per bollito e andato un po’ da tutti, lo ripetiamo – ma sottotraccia la voce ha preso a spargersi. Ora, 2011, ecco sulla rampa di lancio “Someone Gave Me Religion”, circondato ora invece da una buona attesa. Non c’è più bisogno di bruciare chiese, evidentemente, e c’è la voglia di continuare sulla strada che lo ha rilanciato: il nostro già annuncia che la faccenda di suonare solo macchinari d’epoca, da primordi della house, continua ad essere l’obiettivo primario e il modo per tirare fuori il meglio da se stesso, sia in studio che live. Non lo seguiranno in molti, perché suonare e creare coi software e i laptop è trooooppo comodo, ma la cosa nel signor Rebotini, facile immaginarlo, non può che strappare un ghigno satanico. Lasciategli almeno quello, di satanico e metallaro: il ghigno…